05.04.08
Professori e studenti…
Parlando del rapporto professore-studente, vorrei citare una parte del libro di Pennac, “Diario di scuola”, che ho letto con piacere poco tempo fa grazie proprio al blog del professore:
“… e quando l’assistente sociale gli chiede perché non studia, sai che cosa risponde?”
“…”
“Esattamente la stessa cosa del professore: il “questo”, il “questo”! La scuola non fa per me, non sono fatto per “questo”, ecco cosa risponde. E anche lui, snza saperlo, parla del terribile scontro tra l’ignoranza e il sapere. è lo stesso “questo” dei professori. I professori ritengono di non essere stati preparati a trovare nelle loro classi studenti che ritengono di non essere fatti per stare lì. Da entrambe le parti, lo stesso “questo”".
“E come rimediare al “questo” se l’empatia è sconsigliata?”
“Dai, tu che sai tutto senza aver imparato niente, il modo per insegnare senza essere preparato a “questo”? C’è un metodo?”
“Non mancano, certo, i metodi, anzi, ce ne sono fin troppi! Passate il tempo a rifugiarvi nei metodi, mentre dentro di voi sapete che il metodo non basta. Gli manca qualcosa.”
“Che cosa gli manca?”
“NOn posso dirlo”
“Perché?”
“è una parolaccia”
“Peggio di “empatia”?”
“Neanche da paragonare. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola, in un liceo, in una università o in tutto ciò cje le assomiglia!”
“E cioè?”
“No, davvero non posso!”
“Su, dai!”
“Non posso, ti dico! Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti lincianO!”
“…”
“…”
“…”
“L’amore.”
E così si conclude il libro di Pennac. E io sono d’accordissimo. Nessun metodo, magari creato da personalità eccezionali e bravissime nel loro mestiere, nessun metodo provato da anni e anni di uso può bastare. Perché il compito della scuola non è quello di riempire la testa dei ragazzi di nozioni, ma quello di FORMARE individui certo sotto il profilo professionale, ma anche dal punto di vista UMANO. Nessuno questo lo capisce, e si tende a pensare che un professore è tanto più bravo quanto più la sua materia risulta impegnativa per i ragazzi. Se ci metto 8 ore a studiare latino e 2 minuti a studiare inglese, senza avere una propensione particolare per nessuna delle 2 materie, significa senz’altro che il professore di latino è più bravo.
Ma non è assolutamente vero! O meglio, può essere vero ma non è necessariamente vero…
La professoressa migliore che ho conosciuto ci faceva studiare tantissimo, probabilmente ho studiato più per la sua materia in 2 anni che nel resto dei 5 anni di liceo messi insieme. Però ogni tanto, a lezione, chiudeva il libro e si parlava. Si parlava di tante cose. Della televisione, della politica, della scuola, del futuro, della storia. E lei non ci ha mai fatto lezioni su questo. Portava la sua esperienza, che giudicava importante e valida quanto le nostre.
Ci ha dato “amore”? Questa parolaccia…
Dipende da cosa si intende per amore… certo non ci faceva le carezze e non ci diceva le parole dolci… e neanche ci aiutava alle interrogazioni o ai compiti, anzi era una che pretendeva moltissimo ed era anche abbastanza brusca alle interrogazioni.. però si vedeva che ci voleva bene, e soprattutto ci teneva al suo ruolo di insegnante nei nostri confronti… Voglio dire, definire un insegnante uno che insegna una certa materia secondo me è riduttivo. Un insegnante DOVREBBE ESSERE di più. E per me questa professoressa lo è stato, nonostante la sua materia fosse probabilmente tra quelle che amavo meno, perché, devo ammetterlo, mi riusciva poco…




iamarf detto,
15 Maggio 2008 a 1:48 pm
Che bellissimo post!
Una volta mi sono trovato, quasi per sbaglio, in una riunione dove si parlava di e-learning e mi capitò di raccontare l’esperienza didattica che stavo vivendo, una fase intermedia fra un metodo convenzionale e quello che voi conoscete. C’erano vari professori di varie facoltà. Il mio racconto destò curiosità perché narrava di un metodo molto innovativo rispetto alla norma dei corsi universitari, che al 90% degli studenti piaceva, che consentiva di colloquiare più profondamente con gli studenti in maggiore difficoltà e con quelli più attivi e che consentiva ad un solo docente di fare il lavoro perlomeno di altri quattro. Mi furono fatte un sacco di domande in “gergo progettuale”: budget, risorse umane allocate, competenze, requisiti progetto, obiettivi, strumenti, tipologie piattaforme, linguaggi … Io cercai di rispondere meglio che potevo ma su alcuni aspetti non si capacitavano e insistevano a fare domande. Alla fine la domanda cruciale era: come può un uomo da solo introdurre questa quantità di innovazione in una dimensione così ampia. A dire il vero io avevo la risposta ben chiara in mente e sapevo che era l’unica cosa che faceva la differenza ma titubavo. Tentai di rifugiarmi dietro l’etichetta dell’hacker, cioè di colui che ama risolvere dei problemi nuovi spinto dal divertimento intrinseco di trovare delle soluzioni valide (vedi l’articolo Etica Hacker nei Frammenti del mio blog, http://iamarf.wordpress.com/frammenti/etica-hacker/). C’era del vero in questo ma non era il nocciolo della questione. Alla fine, messo in un angolo sbottai:
“L’amore!”
Mi ricordo il silenzio sbigottito e gli occhi spalancati che mi fissavano. Ci saranno state un trenta quaranta persone. Fra queste vi erano dei giovani, forse dottorandi, non so. Gli occhi dei giovani erano sorridenti, non me li posso dimenticare. Gli occhi della maggior parte (non li ho certo contati) dei professori erano sbigottiti o perplessi. Sono sicuro che una parte di loro avrà pensato: “Questo è un fesso”. Non tutti ma qualcuno di sicuro.
Io rimango persuaso che quando si ragiona di attività umane siano gli aspetti empatici a fare la differenza. Sommamente in tutto ciò che concerne l’apprendimento.
Per dire che … « Insegnare Apprendere Mutare detto,
7 Giugno 2008 a 4:30 pm
[...] questo sento. Incredibilmente affine, come nell’episodio che ho commentato ad un post di Sara, Sara che forse trova una strada … Così affine che ho dovuto sorseggiarlo, una paginetta al [...]